Prima della Notte di Vittorio Curtoni [M]

Dai cardini della notte: silenzio. Tranne lo sciabordio lontano del mare, questa grande penetrante pulsazione di acque antiche contro le coste dell'isola. Che potrebbe essere la Sicilia, o la Sardegna, oppure una delle Barbados. Non c'Š metro di riferimento, non ci sono parametri. Siamo immersi in un nirvana multilingue che favorisce ogni ipotesi. Del resto, che importanza potrebbe avere? Essere in un luogo piuttosto che in un altro, intendo. Nessuna importanza. Il viaggio, il volo, l'ho compiuto in stato d'incoscienza, imbottito di droghe che i miei sistemi corporei sono riusciti a eliminare solo molte ore dopo l'arrivo; e l'orologio me lo hanno tolto subito. Era una delle condizioni essenziali dell'accordo.

"Vivr… in armonia con la natura" mi hanno detto. "Non pi— tempi artificiali. Il giorno e la notte, e il caldo e il freddo. Il sole, la luna. Le nuvole. Da quant'Š che non le guarda pi—, le nuvole?"

Anche se qui, a voler essere onesti, di nuvole non c'Š mai traccia. Ma forse Š soltanto perch‚ io sono arrivato da tre giorni, e nessun temporale ci ha minacciati.

Sarebbe meglio se piovesse?

"Certo, come no, sarebbe meglio se piovesse" dice il mio compagno di stanza. Albin. Nome inconsueto. Per• magari per i francesi Š il massimo della banalit…. Non saprei. "Meno speranze. Tutto quello che c'Š fuori mi fa rabbia. Gli alberi, la spiaggia, e il sole, specialmente... Merde."

Io mi esprimo in un francese traballante; il suo italiano Š l'apice dell'approssimativo. Ma ci intendiamo. Abbiamo stabilito un dialetto comune, bastardo e molto sanguigno, che ci permette di comunicare senza sforzi eccessivi. Avevamo gi… deciso, a priori, singolarmente, che andare avanti di giorno in giorno (qui o altrove, Š lo stesso) sia il massimo di sofferenza che possiamo concederci. E quindi, ho preferito lui a uno dei tanti americani che mi hanno proposto: gente per bene, intendiamoci, e forse molto pi— vitale di noi, molto pi— disponibile a questo gioco di morte, alla lotteria terminale; ma, oh l… l…, lo spirito della vecchia Europa...

Albin ha trentanove anni. E un cancro alla prostata. Cammina a stento. In pratica, non cammina affatto. Si rigira sul letto, questo s; e sa gestire con maniacale voracit… il telecomando del nostro televisore, e riesce a captare trasmissioni arcane in lingue ignote a entrambi, come il russo o il tedesco. O l'inglese degli australiani, pi— incomprensibile, alle mie orecchie, del cinese. Miracoli del satellite.

"Cos" spiega "mi sembra di stare ancora in comunicazione col mondo. Di non essere isolato. Oh, insomma" sbuffa, agitando le mani per quello che gli concede la malattia, "l… fuori c'Š un pianeta che va avanti, e io odio l'idea di restare indietro..."

Come se non lo capissi.

Ma quando si deve muovere sul serio; quando gli prende la voglia di guardare una mattina, o un pomeriggio, o magari un mezzogiorno; quando insiste per andare al gabinetto, rifiutando gli orridi tubicini di plastica e gli altri ammennicoli delle nostre funzioni corporali: allora pigia l'indice sul pulsante alla sinistra del suo letto, e non lo stacca pi—. E solo l'apparizione di una delle infermiere che i Signori della Notte ci hanno destinato riesce a placarlo.

En passant: spira un'aria molto burocratica, qui. La clinica non Š grande. Tre piani di venti stanze l'uno. Sessanta stanze in totale. Centoventi malati terminali. Poco, mi sembra; ma, a quanto dicono, il ricambio Š velocissimo. E se i tre giorni che ho trascorso in questa stanza con Albin fossero, nella loro modestia, un record?

No. Non voglio nemmeno pensarci.

Su ogni piano, i numeri delle stanze vanno da uno a venti, e le infermiere non hanno nomi. Soltanto sigle. La nostra stanza Š la quattordici del primo piano. La mia infermiera si chiama A14Uno, perch‚ il mio letto Š il primo sulla sinistra. L'infermiera di Albin si chiama A14Due. Eccetera.

L'apoteosi dei rapporti umani.

Entrano sempre assieme, le nostre A14. A meno che uno di noi due non abbia premuto il fatale pulsante. Sono giovani, e molto carine, e molto desiderabili; e, a quanto si racconta in mensa, assolutamente disponibili al sesso. Assolutamente prive di inibizioni. Un giorno o l'altro (per meglio dire: uno di quei giorni in cui l'assillo del dolore non mi terr… inchiodato in maniera schifosamente egoistica al mio corpo), prover• a controllare se le voci che circolano sono vere.

Chiamer• A14Uno e le dir•: "Per favore, tiri la tenda."

E lei mi isoler… nella mia met… della stanza, lontano dalle sofferenze di Albin, gemelle delle mie, suppongo, anche se non esiste nulla di meno comunicabile del dolore; e quando saremo circondati da questo delizioso telone di plastica nera, io le dir•: "Vuole spogliarsi, per favore?"

E lei toglier… l'uniforme nera col teschio bianco ricamato sul seno sinistro; e poi toglier… la biancheria intima (nera? bianca? o sono concessi anche altri colori?); e rester… nuda; e io potr• di nuovo ammirare quella vitale, organica, prorompente ricchezza che di certo, in questa fatata anticamera della morte, non pu• mancare al mio angelo custode; e le chieder• di avvicinarsi, e di permettermi, cortesemente, di affondare lingua e labbra tra i recessi del suo pelo pubico, e poi sotto, sotto il Monte di Venere, dentro, in profondit…; e torner• indietro in questo tempo pietrificato, ai giorni prima della malattia, a quando ero ancora uno, intero, vivo; e se mi si rizzer…, potr• invitarla a sdraiarsi sul letto e scoparla, questa mia infermiera che Š soltanto una sigla; oppure, forse (non so, non riesco a prevederlo; dipender… dal caso), le chieder• se non le sia possibile, molto cortesemente, appoggiare la bocca al mio membro e regalarmi un coito metaforico.

Perch‚ ho sempre pensato che la bocca femminile sia una metafora della vagina. E viceversa.

Ecco perch‚.

Quarto giorno. La notte Š stata un incubo: Albin che ululava come una lupa in calore, per• i suoi non erano gemiti di desiderio. E io stavo sveglio, e lo guardavo, e ascoltavo il ticchettio dei miei pulsanti del dolore; e fremevo per lui, e avrei voluto dirgli: "Ma cosa te ne importa, amico mio? Chiama, chiama. Arriver… subito. Non c'Š bisogno di soffrire tanto. Non siamo obbligati."

Ma non gli ho detto niente. E lui non ha premuto il pulsante. Quando si Š addormentato, sotto l'alba, sussultava ancora. Il suo corpo non ha mai smesso di agitarsi. Mai.

A met… mattina, credo, io ho chiamato A14Uno. Per simpatia, anche il mio corpo soffriva. Ovvio. Gli echi dell'agonia nelle ossa, e il sobbalzare inarrestabile dei nervi. La pupilla destra che non vuole stare ferma. La mano che trema. L'incontenibile voglia di evacuare, accompagnata dal timore panico di una crisi che richieda la morfina. O che altro.

"Mi porti fuori!" ho urlato ad A14Uno. "Fuori, fuori! Sulla spiaggia! E chiami la sua collega, per Albin!"

A14Uno ha scosso la testa. "No. Se non la chiama lui, no."

Adesso, dall'alto di questa scogliera. Il mare Š cos lontano, e cos vicino. Un salto da niente. Dieci metri? Venti? Mi butto dalla sedia, e fine. Stop. Per i posteri: immagine dolorosamente ferma sull'ultimo fotogramma, eccetera eccetera.

"Come lei potr… immaginare, il tasso di suicidi Š piuttosto alto." Il volto comprensivo dell'uomo, tre settimane fa. Camice bianco. Capelli brizzolati, occhiali, scarpe dal fruscio leggero sul linoleum della clinica. Sembrava davvero un medico. "Non possiamo impedirlo. Non vogliamo impedirlo. Una situazione terminale Š quello che Š. Al limite, se lei lo desiderasse..."

"Si?"

"La sua stessa infermiera potrebbe aiutarla a cercare una buona morte. E questa Š gi… una prima garanzia che le offriamo. La prima di molte."

Le altre garanzie: la Lotteria. Ogni sette giorni, una lettera. Freddo, preciso, spietato. Burocratico.

"Ma che criteri useranno per valutarci?" ho chiesto.

E l'uomo che sembrava un dottore, allargando le mani come se volesse abbracciare l'intero passato della specie umana, e non solo, ha puntato gli occhi sul mio corpo riverso sul letto e mi ha risposto: "Questo non glielo so dire. Io le ho semplicemente offerto un'alternativa. Scelga. Cosa le posso promettere? Niente. Non spetta a me. Come lei, attendo ordini. E la mia Š soltanto una proposta. Nessuno la obbliga."

Nessuno ti obbliga quando hai un cancro al fegato, in metastasi, e una prospettiva di vita di sei mesi?

Nessuno ti obbliga?

Qualcuno ha tradito. La voce corre veloce in mensa, disperdendosi come un fruscio di foglie alle prime folate dell'autunno; e quello che passa sopra le nostre teste Š un vento gelido, dal sapore raffermo: pane rancido che i nostri denti usurati non sono pi— in grado di masticare.

A quanto sembra, Š accaduto questo: una clinica compiacente ha alterato la cartella di uno dei miei colleghi (dico cosa, per dire; non so trovare definizioni migliori). Di un altro malato terminale, per essere pi— concreti. E questo malato era, s, terminale; e non sapeva pi— cosa fare; ed era, ovviamente, ricchissimo; ma la sua multiforme, sfaccettata, poliedrica malattia non era il cancro. Era l'AIDS.

Grande rimescolio di carte. La ruota della fortuna che gira. L'estrazione mensile. Incrociamo le dita... Bingo!

Gli occulti, incomprensibili, impenetrabili criteri dei Signori della Notte hanno scelto lui. Mister AIDS. Sangue infetto. Virus in caduta libera nelle sue vene, nelle sue arterie, nel corpo intero. La malattia finale dietro l'angolo; la temuta estinzione per chi da secoli, da millenni, rifiuta di estinguersi.

E adesso: un Signore della Notte malato, gravemente malato. O cos si sussurra, cosa si vocifera. Si dice che la prossima estrazione mensile sar… rimandata; si dice che tutti noi ospiti di questa sublime isola verremo sottoposti a nuovi, pi— radicali controlli. Per• io non ho nulla da temere. Ho un cancro al fegato, e niente di pi—. E niente di meno.

Come se non bastasse.

Albin si Š ripreso. E' molto soddisfatto di se stesso. Non essersi abbassato agli antidolorifici, dice, Š una prova di forza che non vorrebbe ripetere, ma che lo ha maturato. Lo ha reso pi— uomo.

"Ma tu hai quasi quarant'anni" gli dico, in un raro intervallo di mutismo del nostro televisore. "Cosa te ne frega. Pi— uomo? Alla tua et…? Ha senso?"

"Sono andato avanti per sei mesi a Tora-dol" ribatte lui, senza guardarmi. Tiene la faccia voltata verso la finestra che d… sulla scogliera, e i suoi occhi sembrano fondersi col mare, con le rocce. E' del tutto assente. Parla, ma Š come se non ci fosse. "Non dico che non sentissi pi— niente, ma quasi... E intanto una voce mi ripeteva che non serviva a nulla, che ero fregato, spacciato, finito. Kaput. Non avevo speranze. Qui, almeno, ne ho una."

Io sto per uscire. Riesco ancora a camminare, io. A volte. Bel vantaggio. A cosa mi serve?

"Albin" gli chiedo, prima di superare la soglia della stanza, "ma a che livello Š il tuo dolore, oggi? Non sarebbe meglio..." E la mia domanda inespressa rimane sospesa in aria, come un uccello per sempre prigioniero di un lucernario; o forse, pi— esattamente, come un uccello impagliato prigioniero del motel di uno psicopatico che uccide sotto la doccia le sue clienti pi— carine.

"L'immortalit…" sospira lui, abbassando il capo sul cuscino. "Secondo te Š uno scherzo?"

No, non Š uno scherzo. E mi interrogo, tento di decifrarmi. Ma tu ci credi davvero? Non sar… solo un imbroglio coreografico? Una trovata postmoderna? Quanto star… pagando mia sorella, la dolce Lucinda, per tenermi qui?

"Non le coster… assolutamente nulla" ha assicurato l'uomo che sembrava un dottore, facendo firmare alla mia mano poco sicura quell'enorme fascio di carte. "N‚ a lei n‚ alla sua famiglia. Questa Š un'altra garanzia. Tutto gratis. Tutto compreso. Anche il volo. Nessuno sta cercando di sfruttare la sua malattia. Cosa vuole di pi—?"

Cosa voglio di pi—, brutto stronzo? Rivoglio il mio fegato. Rivoglio il mio corpo. E chi se ne frega di questo sole tropicale che mi batte sulla testa, lontano, alto, distaccato, su questa spiaggia bellissima, incontaminata; davanti a questo mare che sembra il mare del Paleozoico, tanto Š pulito e lucido e inquietante? Dove avete nascosto i vostri capitali? Li avete affidati agli gnomi? A qualche schifosissima banca svizzera per inquisiti eccellenti?

Per, davvero: chi se ne frega? Raccolgo sabbia nelle mani, e scruto con occhi innocenti il verde che cresce pi— in alto, a ridosso delle rocce; e vorrei che un grande pipistrello venisse ad avvolgermi tra le sue ali e mi portasse via per sempre.

Per sempre.

Un grumo di notte sopra il letto di Albin. Una chiazza nera che si allarga e si allarga, come greggio uscito dalle viscere di una petroliera.

Sbatto le palpebre, sbadiglio. Rigiro la testa sul cuscino. Forse sto sognando. Non lo so.

Non c'Š pi— il bianco delle lenzuola. Tutto buio. Tutto nero. Albin Š scomparso.

In fondo, ai piedi del letto, vedo sussultare qualcosa. Qualcosa che sbatte e si divincola e sobbalza. Un altro uccello in gabbia?

Ma il sonno Š potente. E' prepotente.

Chiudo gli occhi, e sogno; e da qualche parte, dall'una o dall'altra dimensione, mi arriva il suono di un risucchio soddisfatto: un lavandino sturato con meticolosa, micidiale efficienza.

 


Mattina. Albin non c'Š pi—. Il suo letto Š vuoto.
Albin Š fottuto.
Albin ha smesso di soffrire.
Quanta saggezza in chi lo ha ripulito dell'ultimo sangue.

"E' una questione di lealt…" mi dice. E' paterno, comprensivo. Mi terrorizza. "Qualcosa che noi non offriamo a nessuno, ma pretendiamo dagli altri. Una qualit… indispensabile, se vogliamo mantenere l'ordine gerarchico che regge questo posto."

Ho l'orribile, ripugnante sensazione che voglia chinarsi su me, a carezzarmi i capelli, passarmi una mano sulla guancia; e per quanto lunga sia la mia consuetudine coi preliminari amorosi della morte, resto impietrito.

Il contatto ravvicinato Š, davvero, troppo. Non ero pronto. Non sono pronto.

"Lo saprai gi…" sospira. "Lo sapete tutti. Qualcuno ha tradito. Qualcuno ha avuto la sfrontatezza di falsificare la cartella clinica. Un nostro fratello Š morto. Francamente, Š una cosa che non possiamo permettere."

Mezzanotte, quasi. Sopra la testata del mio letto, solo la fioca lampadina notturna, una luce artificiale che non gli d… fastidio. E lui, appollaiato come un condor gigante, un avvoltoio preistorico, sulle mie lenzuola, ai miei piedi, quasi non ha peso. Una creatura eterea, lieve, impalpabile; ma tanto fisica, tanto concreta, nel brillare dei denti bianchissimi. Dei canini sproporzionati.

"Non abbiamo imposto nulla a nessuno. Avete firmato. Eravate d'accordo. Tu sei cattolico, giusto? Ricorderai l'Arca dell'Alleanza, il patto con Dio, il rigore delle norme..."

Stranamente, il suo alito non puzza. Non sa di sangue, di omicidio. Spande soltanto un leggero aroma di fiori avvizziti; lo stesso odore che, forse, si Š sparso nell'Eden dopo la nostra caduta. O almeno, Š una cosa che posso immaginare.

"Mi rendo conto che tu non hai colpe, a livello individuale. Il tuo comportamento Š irreprensibile. Ma qui, purtroppo per te, conta solo l'etica di gruppo."

E si china. E si, protende una mano sui miei capelli, ma per stringerli in pugno con forza, con rabbia; e poter spingere all'indietro questa mia testa che non ha pi— una volont… sua, una muscolatura coerente; e poi scendere, con uno scatto guizzante, su me; e le sue labbra fredde, gelide, ghiacciate, un pack, un iceberg, che si appoggiano sul mio collo; e si schiudono; e tutto, tutto...

"Non Š sgradevole, no?" mi chiede, sorridendo.

Le vene del mio collo pulsano. Ho appena avuto due orgasmi. Mutandine e calzoni del pigiama sono intrisi di sperma.

"Verr… la tua infermiera a pulirti" mi dice. "Sono brave. Sanno cosa fare. Le addestriamo bene."

Si alza. Va alla finestra. Si staglia contro il chiarore smorzato di luce e stelle, anemico come se loro lo avessero prosciugato con le grandi bocche, coi denti immani. E non si volta a guardarmi.

"Non ero tenuto a farlo" dice. "E' stato un regalo. Un'occasione in pi—. Per un uomo che si Š comportato bene."

Io non so cosa dire. Non so cosa pensare. Il dolore Š scomparso dal mio corpo. Mi sembra di essere tornato indietro, indietro a prima della malattia, e non posso crederci. Passer…, non ho dubbi. Soltanto il dolore ha la forza di volont… necessaria per essere sempre presente.

"Dio Š diventato un nemico cosa lontano, cosa remoto" dice, fissando il cielo. "Restano i suoi simboli, e possono ucciderci, certo, ma Dio non c'Š pi—. E' scappato. Ha avuto paura del mondo che ha fatto. Forse gli piacerebbe regalarlo a noi, e forse Š proprio quello che sta facendo."

Il panico, a modo suo, Š una buona coperta di sicurezza. Puoi usarlo per coprirti e chiudere gli occhi e fingere che nulla faccia pi— differenza, perch‚ ormai l'apocalisse Š garantita. Ti ci puoi rotolare sotto e avere coiti clamorosi coi tuoi sensi di colpa, con le angosce e le premonizioni. Spargere il seme dell'incertezza; o meglio, della certezza del disastro.

E' quello che facciamo oggi in mensa. Noi pochi che abbiamo avuto la voglia, la forza e il coraggio di scendere a mangiare qui. Molti sono rimasti in stanza, a consumare pasti solitari in compagnia delle loro infermiere. Che non si lamentano mai, non protestano mai, non si ribellano a nulla. Mi piacerebbe sapere di che entit… Š il loro stipendio; o lavorano tutte per la promessa finale? Pui darsi.

Carpentieri, muratori, idraulici sono apparsi stamattina. Un cutter ha scaricato loro e le loro attrezzature a riva; un pullmino Š sceso a raccoglierli, trasportandoli sin qui; e adesso si sente picchiare, martellare, bestemmiare. Vigorosamente. Questo nostro ostello degli ultimi giorni sembra quasi un luogo vivo.

E l'edificio a tre piani che sorge a lato della clinica, la dimora di infermiere e inservienti, sta assumendo volti che non conosciamo. Spuntano pareti; crollano divisori; emergono paratie. Nell'insieme, da queste prime ore di lavoro, credo di poter dire che quello che si sta allestendo Š un labirinto. Per piccoli spaventati topolini bianchi malati di cancro.

Al tavolo di fronte, una donna alta, di mezza et…, col volto divorato dall'acne, ha notato i due fori gemelli sul mio collo. E' rimasta col cucchiaio a mezz'aria, e mi fissa pensosa, immaginando chiss… cosa. Fossi in lei, farei lo stesso.

Ma non sono l'unico, e ne sono contento: il mio angelo custode non ha agito da solo. Oppure ha fatto tutto lui. Non so. Che conoscano anche la piet…?

Intanto, il mio corpo canta. Non soffro pi—. Ges— Cristo, non soffro pi—. Non so quanto durer…, e non mi importa. Mangio, mi nascondo sotto il panico generale, e sto zitto. Non sarebbe giusto parlarne.

Quando A14Uno mi ha consegnato la lettera, per un istante ho pensato di svenire. La busta nera dei Signori della Notte. All'interno, la carta nera coi caratteri bianchi scolpiti da una precisa, efficiente, moderna stampante laser. La Lotteria. L'estrazione mensile. Il mio destino.

A14Uno Š uscita in punta di piedi. Mite e rispettosa come sempre. Io mi ero coricato per una fitta improvvisa al ventre: una di quelle pugnalate che ormai conosco a memoria, anche se mi ero illuso di averle superate. Grazie ai denti del mio Signore. Ma il loro effetto, ormai mi Š chiaro, Š solo uno di quei balsami destinati a esaurirsi dall'alba al tramonto. Per meglio dire, dal tramonto all'alba.

E ho saputo. Non ci sar… Lotteria. Non questo mese. Non per noi. L'ira dei Signori della Notte sta per scatenarsi.

E' tornato a trovarmi. Chiss… cosa ho fatto per suscitare la sua simpatia, ammesso che questo sentimento possa essere ipotizzabile per una creatura come lui. Forse, molto semplicemente, viene da me perch‚ il letto di Albin Š ancora vuoto, e cosa possiamo conversare in pace, dolcemente, a porta chiusa, con la brezza che spira dal mare e mi porta aromi di sale, alghe, crostacei.

E lenisce il calvario del mio cancro, adesso implacabile.

Cammina avanti e indietro nella stanza. Sembra nervoso. Mi racconta storie confuse del suo passato. Quattro secoli fa, dice, era un rabbino. Poi fu colto dall'orgoglio di sfidare il Dio senza nome della sua religione. Fece cose che l'uomo non dovrebbe fare.

Non Š coerente. Non sapessi chi Š, non sapessi cos'Š, direi che Š ubriaco. I tre morsi. In tre notti. Il rituale operato da una femmina che si era invaghita dell'idea di dannare un servitore di Geova. Una donna che viveva, quasi, dall'alba dei tempi.

"Io sono giovane" mi dice, posandosi sulla poltroncina che sta in un angolo della stanza. "Questo tipo di vita richiede intere ere per essere assorbito... Per decifrare i canoni. E io non ci sono ancora riuscito."

E io vorrei premere il pulsante per chiamare A14Uno, perch‚ il dolore sta traboccando dalle mie labbra come miele troppo ricco, troppo nutriente, ingerito da qualcuno che ha vissuto di erbe e radici su un'isola deserta, per mesi; ma non Š il momento, e lo capisco, e soffoco, ingurgito, deglutisco, e spero in una risposta coerente.

"Il rito della Grande Caccia Š antichissimo, per noi. Per quelli come me. Una cerimonia tribale, direbbero i tuoi antropologi. I tuoi, i miei..."

E' straziato. Lacerato. Forse potrebbe piangere. E intanto, anche se Š notte, i martelli e le chiavi inglesi e i picconi non si sono fermati. Picchiano, scavano, modificano. Costruiscono il labirinto. Il bunker per le cavie cancerose.

"Ero un uomo anch'io" urla, mostrando alla luna i canini affilati. "Lo sono ancora. In parte." Abbassa la voce, china la testa. Pare quasi che mi stia chiedendo l'assoluzione. "Il sangue cambia la percezione del mondo. Il sangue, e la vita notturna. I nostri anziani hanno visto cose che forse io non vedr• mai, ma hanno perso il senso della dignit… umana. Voi non siete bestiame, non siete carne da macello."

"Ma ci date una speranza" gli sussurro, stringendo i denti sulla bestia senza nome che ha sporto il capo dal mio ventre. Lacerandomi le viscere, i bulbi oculari, i timpani delle orecchie; in un assaggio di morte forse pi— rigoglioso della morte stessa. E le mie dita, le mie dita non hanno pi— la forza di alzarsi verso il pulsante a fianco del letto. "Per favore, vuoi chiamare tu l'infermiera? Io sto morendo."

Si alza, si porta ai piedi del mio letto. "Tu non hai un paletto di frassino, vero?" chiede.

"No" mugolo.

"E se lo avessi, me lo pianteresti in cuore?"

"No, mai" gemo. "Tu sei la mia speranza."

Poi lui preme il pulsante. Raccoglie i lembi del mantello, ed esce dalla finestra. In volo. Un'eterea falena che si confonde col buio della notte. Lontano, lontano. Verso il mondo esterno, il mondo vero.

E mentre A14Uno inebria le mie vene di qualcosa che uccide il dolore, pianifica il piacere, annuncia l'impagabile pausa di un sonno senza incubi, senza la minima coscienza di me stesso, io mi rendo conto di una cosa: i miei compagni e io siamo quasi-morti, e loro sono non-morti; e si, c'Š la Lotteria a separarci, e il terrore dell'AIDS, e tutto quanto; ma la nostra quasi-vita Š solo un prologo molto doloroso alla loro non-vita; e io, mentre le pulsazioni di fuoco si placano e scende il torpore, non so, non so proprio, quale destino sceglierei.

Se fossi altrove. Se non fossi su quest'isola.

Dicono questo: che non dovevamo tradirli. Dicono questo: che la responsabilit… Š collettiva, e che per il loro fratello morto dovremo pagare tutti. Dicono che la Grande Caccia Š un rito antico, nobile, tenuto in alta considerazione dalla loro razza. Dicono che giocheremo alla pari, perch‚ loro non sono pipistrelli, non possono vedere al buio; e nel labirinto dell'edificio annesso alla clinica, adesso che muratori e falegnami e idraulici hanno terminato il lavoro e sono ripartiti, loro non sapranno orientarsi meglio di noi. E promettono che ci incalzeranno una sola ora per notte, fra le due e le tre.

Dicono che il mondo Š pieno di malati terminali di cancro, e che offrirci l'occasione di questa Caccia Š un segno di immane generosit…: avrebbero potuto sterminarci, se avessero voluto. Per il peccato commesso dalla nostra comunit…. Invece, ci daranno sostanze per recuperare le forze, sostanze innocue, che non contamineranno il sangue; e ci si divertir…; sar… come un gioco infantile, di quelli nel buio, di quelli pi— crudeli, ma sempre gioco, comunque; e se qualcuno di noi ne uscir… vivo, o segnato dai tre fatidici morsi parziali che garantiscono l'immortalit…, sar… come se avesse vinto la Lotteria.

Io so cos'Š tutto questo. E' il sangue che d… alle loro teste; Š la sete implacabile dei non-morti, il desiderio di caccia, la voglia di inseguire selvaggina come facevano in altri tempi, altri secoli, prima della clinica.

La voglia di distruzione del nostro mondo, per• guidata da bombe intelligenti. Dai missili computerizzati delle nostre guerre chirurgiche.

"Cercami" mi sussurra, poco prima che si spenga la luce. "Io non sono Cristo, ma sono la fonte di vita eterna."

Mi vuole davvero bene.

Amen.

 

PRIMA DEL BUIO (1994) | Pubblicato dentro Fantasia, Nuovi Equilibri Editrice, Viterbo, 1995.

Fanged Films

USA, 1983
Body Snatchers / Horror Star
USA, 1989
Midnight Cop

From the Library

As the 20th century evolved, rational man turned to science to explain mythology that had pervaded for thousands of years. How could a man be mistaken for a vampire? How could someone appear to have been the victim of a vampire attack? Science, in time, came back with answers that may surprise you.Anemia
A million fancies strike you when you hear the name: Nosferatu!N O S F E R A T Udoes not die!What do you expect of the first showing of this great work?Aren't you afraid? - Men must die. But legend has it that a vampire, Nosferatu, 'der Untote' (the Undead), lives on men's blood! You want to see a symphony of horror? You may expect more. Be careful. Nosferatu is not just fun, not something to be taken lightly. Once more: beware.- Publicity for Nosferatu in the German magazine Buhne und Film, 1922  

Drawn to Vamps?

Vol. 1 No. 1
Vigil: Road Trips V.1 N.1 May 1996
Vol. 1 No. 3
Dracula Meets the Master of the Sky